La vegetazione della Riserva Naturale Regionale Lago di Vico
 
La Riserva del Lago di Vico, per il suo isolamento naturale dal resto della pianura del settore del Lazio a nord di Roma, per le caratteristiche edafiche e le condizioni climatiche del tutto peculiari determinate dalla presenza del lago stesso, è risultata un'area di grande interesse naturalistico. Essa è infatti ubicata in un settore in cui già da tempo è stata segnalata la presenza di consorzi di faggio (Fagus sylvatica), a quote relativamente basse; inoltre possiede una vasta area palustre in grado di ospitare tipi di vegetazione rari o minacciati e dunque di enorme interesse documentario. La coesistenza di tanti caratteri peculiari ha reso quest'area importante meta di studio, tanto che risulta ormai vasta la letteratura al riguardo.
Volendo dunque analizzare i lineamenti generali della vegetazione della caldera, nonché le emergenze floristiche, sembra opportuno separare la vegetazione forestale, che ricopre quasi la metà del territorio, della vegetazione acquatica e palustre e dalle formazioni prative del settore pianeggiante settentrionale, legate alla presenza della conca lacustre. Si tralascia invece l'analisi di dettaglio delle aree sottoposte ad attività produttive quali essenzialmente la monocoltura di nocciolo (Corylus avellana), diffusa un po' ovunque nella parte più bassa della caldera, in cui le continue manipolazioni del terreno hanno reso la flora estremamente povera e quindi di scarso interesse. Anche i rimboschimenti di conifere del settore settentrionale della cerchia craterica non vengono trattati in quanto su di essi già esiste ampia bibliografia.

La vegetazione forestale
 
Nel comprensorio cimino-vicano la maggioranza delle fitocenosi boschive è caratterizzata dalla pressoché costante presenza di cerro (Quercus cerris). Esse mostrano inoltre significative penetrazioni di elementi dei Quercetalia pubescentis e dei Fagetalia sylvaticae che possono coesistere o, più spesso, vicariarsi in funzione dei diversi fattori ambientali. La vocazione prettamente forestale dell'area ed il prevalere in essa dei boschi mesofili con il faggio è da correlare principalmente con il clima, di tipo sub umido con tendenza ad accentuare il carattere sub oceanico all'interno della caldera, e con la presenza di suoli bruni ad elevato contenuto in sostanza organica, rapida evoluzione della frazione minerale ed alta ritenzione in acqua (andosuoli), che garantiscono una elevata disponibilità idrica anche durante i mesi estivi.
Nonostante le quote modeste ed il basso scarto altimetrico dei rilievi (Monte Fogliano 965 m, Poggio Nibbio 896 m, Monte Venere 838 m) rispetto alla superficie del lago posta a 510 m, è possibile riconoscere nel comprensorio diverse tipologie forestali, ascrivibili agli orizzonti sub montano e montano inferiore. Ciò è dovuto sia alla varietà dei caratteri stazionali, ivi compresa l'influenza dello specchio lacustre, sia, e soprattutto, alle intense attività di tipo agroforestale che nel passato hanno largamente inciso sullo sviluppo della foresta. Un esempio evidente è costituito dai castagneti, molto diffusi nell'area come cedui e coltura da frutto, i quali rappresentano probabilmente un'alternativa di natura edafica al bosco di cerro, ampiamente favorita dall'uomo nel corso del tempo.

Il tipo corologico prevalente nella flora di Vico, l'eurasiatico, ben si correla con la faggeta che rappresenta l'elemento vocazionale della zona. I boschi di faggio (Fagus sylvatica), della Riserva sono articolati in due tipi principali. Il primo, distribuito alle quote più basse, è il più diffuso sui versanti del Monte Fogliano e del Monte Venere e a tratti anche sulle pendici di Poggio Nibbio. È per buona parte riconducibile alle faggete termofile dell'Aquifolio-Fagetum diffuse nell'Appennino centro-meridionale, che qui raggiungono il limite settentrionale del loro areale. In tali boschi, oggi per lo più governati a fustaia, accompagnano il faggio carpino bianco (Carpinus betulus), acero d'Ungheria (Acer obtusatum), castagno (Castanea sativa), olmo montano, (Ulmus glabra), agrifoglio (Ilex aquifolium), cerro (Quercus cerris), fra gli alberi, pungitopo (Ruscus aculeatus), biancospino (Crataegus spp.), rosa selvatica (Rosa canina), e laureola (Daphne laureola), fra gli arbusti. Inoltre presentano in genere un corteggio di specie erbacee particolarmente ricco nei mesi primaverili, che comprende fra le altre Galanthus nivalis, Scilla bifolia, Allium pendulinum, Helleborus bocconei, Pulmonaria vallarsae, Lathyrus venetus, Polysticum setiferum, Melica uniflora, Anemone apennina, Euphorbia amygdaloides, Cyclamen spp. e Viola spp., buona parte delle quali diffuse anche negli orizzonti di pertinenza del querceto. Il secondo tipo di faggeta, nel cui ambito sono numerosi gli esemplari di faggio secolari, è presente nella parte culminale o in alcune zone sottostanti poco acclivi del Monte Fogliano, nonché in tracce sulla vetta del Monte Venere. Possiede caratteristiche che ne evidenziano l'affinità con i faggeti dell'Italia settentrionale, sebbene non siano presenti tutte le specie ad essi associate. Infatti, insieme alle analoghe faggete di quota del Monte Cimino, si trovano ad occupare uno dei settori più meridionali del proprio areale appenninico. Qui si riducono in modo evidente gli elementi dei Quercetalia pubescentis ed anche le caratteristiche dell'Aquifolio-Fagetum sono ormai sporadiche. Il faggio risulta l'essenza arborea dominante, accompagnato da Anemone ranunculoides, Ranunculus ficaria, Narcissus poeticus, Circaea lutetiana, Corydalis cava, Euphorbia dulcis, ssp. dulcis e da altre specie per lo più a gravitazione centro-europea. Da quanto detto, questo settore del Lazio settentrionale, allargato anche al comprensorio dei Monti Cimini, va considerato come una importante soglia bioclimatica per i boschi di faggio. Una considerazione analoga sembra valida anche per i querceti caducifoglia, gli sub-acidofili per i quali l'Alto Lazio rappresenta un'area di tensione sottoposta ad influenze centro-europee (Quercetalia roboripetraeae), da un lato ed appenniniche (Quercetalia pubescentis) dall'altro.

I querceti caratterizzati dal cerro rappresentano il tipo forestale più diffuso nella Riserva. I suoli associati ad essi mostrano una diminuzione dei caratteri di andicità imputabile fra l'altro all'intensità e la durata del disseccamento estivo. Le cerrete sono distribuite lungo i versanti della cerchia craterica oppure al di sotto della faggeta di Monte Fogliano e sulle pendici meridionali di Monte Venere.
Nel settore orientale sono invece sostituiti dal bosco ceduo di castagno nel quale rimangono comunque abbondanti le specie del sottobosco della cerreta, associate ad alcune acidofile (Festuca heterophylla, Solidago virgaurea, Lathyrus niger, Hieracium spp.) che qui trovano migliori condizioni di sviluppo. Come si è detto, la dominanza del castagno in questo settore è strettamente legata all'opera selettiva effettuata dall'uomo nel corso del tempo; tali boschi occupano infatti lo stesso orizzonte di pertinenza delle cerrete con cui si trovano sempre in contatto.
A proposito di queste ultime, oltre a cerro (Quercus cerris), costituiscono lo strato arboreo acero (Acer obtusatum), sorbo domestico (Sorbus domestica), ciavardello (S. torminalis), nocciolo (Corylus avellana), orniello (Fraxinus ornus), carpino nero (Ostrya carpinifolia), e nespolo selvatico (Mespilus germanica). Il sottobosco arbustivo può raggiungere una copertura elevata: vi dominano coronilla (Coronilla emerus), corniolo (Cornus mas), ligustro (Ligustrum vulgare), pungitopo (Ruscus aculeatus), edera (Hedera helix), vitalba (Clematis vitalba) e rovi (Rubus spp.). Infine Asplenium onopteris, Ranunculus lanuginosus, Lathyrus venetus, Arabis turrita, Viola reichembachiana, Luzula forsteri, Anemone apennina, Echinops siculus, sono solo alcune delle specie erbacee che si incontrano con maggiore frequenza.
I boschi caratterizzati dal cerro vengono inquadrati nel Coronillo emeri-Quercetum cerris, dei Quercetalia pubescentis. Tale associazione, descritta per le cerrete delle pendici orientali esterne della caldera, è già stata rinvenuta in diversi altri settori dell'Italia centrale. Il farnetto (Quercus frainetto), ne tipizza insieme al cerro gli aspetti più meridionali mentre si rarefa verso nord avendo come limiti settentrionali di distribuzione la Maremma toscana e l'Umbria meridionale. Nel comprensorio vicano questa quercia risulta pertanto sporadica; la si può incontrare infatti, ma con difficoltà, solo nelle cerrete delle zone meno acclivi.

Nei pressi delle aree urbanizzate o in prossimità della viabilità ordinaria i boschi, in cui entra abbondante roverella (Quercus pubescens), si presentano impoveriti e diradati al punto da ospitare specie infestanti o indicatrici di degrado quali robinia (Robinia pseudoacacia), sambuco nero (Sambucus nigra), Artemisia vulgaris, oppure specie erbacee delle aree aperte circostanti. Tali aspetti tuttavia sono più diffusi nel settore meridionale della caldera che non rientra nella Riserva Naturale.
Rari sono i lembi di vegetazione a sclerofille sempreverdi, diffusi soprattutto a livello arbustivo ed ubicati al margine dei querceti più termofili del settore sud-orientale, in genere su morfotipi rupestri. Trovandosi nell'area di pertinenza della foresta decidua questi consorzi caratterizzati da leccio (Quercus ilex), vanno considerati extrazonali. Soltanto poche specie della foresta mediterranea accompagnano dunque il leccio, fra queste ricordiamo robbia (Rubia peregrina), stracciabraghe (Smilax aspera) e lauro-tino (Viburnum tinus).
In ultimo vanno ricordati ancora i cespuglieti acidofili a Pteridium aquilinum, ginestra dei carbonai (Cytisus scoparius), e ginestra ghiandolosa (Adenocarpus complicatus), ascrivibili al Sarothamnion. Sono infatti per lo più collegati al querceto di cui rappresentano una delle tappe di sostituzione e sono frequenti sia nelle aree incolte destinate al rimboschimento o all'impianto del castagno da frutto (es. Poggio Gallesano, Poggio Nibbio), sia nell'ambito dei boschi di cerro o castagno fortemente degradati per il passaggio ripetuto del fuoco (es. Montagna vecchia). Non di rado però è possibile riscontrare in essi la presenza di giovani plantule di castagno, cerro o biancospino, indicatrici di una tendenza dinamica in atto verso la ricostituzione del bosco.

La vegetazione palustre ed acquatica
 
L'origine della vegetazione palustre, particolarmente ben rappresentata nel settore settentrionale del bacino, è per buona parte collegata agli interventi che nel XVI secolo condussero ad un abbassamento del livello delle acqua del lago. Per iniziativa dei Farnese infatti furono scavati due tunnel successivi al di sotto della sponda meridionale, permettendo il deflusso delle acque nel rio Vicano, affluente del fiume Treja. Venne innanzitutto allo scoperto la "Valle di Vico", attualmente di pertinenza agricola e ospitante aree prative adibite a pascolo, coltivi e noccioleti. Successivamente emersero i pianori del "Pantanello" sul versante settentrionale e del "Procoio" sul lato orientale, attualmente caratterizzati dal noccioleto. In ultimo fu la volta dell'area denominata "le Pantanacce" posta qualche metro più in basso delle precedenti e dunque ancora oggi lambita dall'acqua o interamente sommersa a causa dell'instabilità del livello del lago.
Attualmente la zona de "le Pantanacce" ospita lembi di vegetazione palustre estremamente interessanti che, per struttura, composizione e ricchezza floristica, poco si discostano dagli aspetti naturali. Essi possono essere riuniti nei seguenti tipi fisionomici.
Una prateria densa caratterizzata da specie erbacee di grandi dimensioni su suolo profondo, umido o acquitrinoso, in cui si riconoscono Pulicaria dysentherica, Agrostis stolonifera e Myosotis scorpioides. Un mosaico di vegetazione caratterizzato da grandi carici, con specie quali Carex pseudocyperus, C. riparia, Iris pscudacorus, Galium palustre e da giunchi (Juncus effusus e inflexus), ascrivibile alle unità Magnocaricion elatae e Agrostietalia stoloniferae. Esso si estende per un ampio tratto della palude rappresentandone il tipo più caratteristico e diffuso; inoltre, spingendosi fino al contatto con le retrostanti aree prative in genere pascolate, può arricchirsi di specie quali Ranunculus sardous, Holcus lanatus, Poa trivialis, Mentha pulegium, Verbena officinalis o Potentilla reptans. Gli aspetti sin qui descritti si sviluppano a stretto contatto e secondo un gradiente decrescente di umidità del suolo dalla sponda verso le zone più interne. Degno di nota è inoltre un tipo di vegetazione tardoestiva ascrivibile ai Bidentetalia tripartitae, costituito da specie pioniere ruderali e nitrofile, che si sviluppa ove vi sia accumulo di sostanze organiche, al contatto con il giuncheto ora descritto o con altri popolamenti pionieri dei Cyperetalia fusci. È caratterizzato da Bidens tripartita, B. cernua, Polygonum lapathifolium, Ranunculus sceleratus, Echinochloa crus-galli e Paspalum paspaloides, alcune delle quali ritenute infestanti.

Nei piccoli avvallamenti del terreno e nei brevi tratti percorsi dall'acqua proveniente dalla sorgiva che alle "Pantanacce" tende a ristagnare o scorre molto lentamente, è presente un ultimo aspetto caratterizzato da specie anfibie dello Sparganio Glycerion fluitantis quali Veronica beccabunga, V. anagallis-aquatica, Nasturtium officinale, Berula erecta o dalle graminacee Glyceria plicata, Catabrosa aquatica. In questi ambiti, in alcuni periodi dell'anno si rinvengono le idrofite Lemma minor (lenticchia d'acqua) e Callitriche stagnalis.
Sono da segnalare infine alcuni lembi di vegetazione ripariale inquadrati nei salici (Salicetalia purpureae per la presenza di Salix alba, S. purpurea e del più raro S. triandra). Essi sono accompagnati da altre specie legnose, per lo più arbustive, quali corniolo sanguinello (Cornus sanguinea), pruno selvatico (Prunus spinosa), Crataegus monogyna, rovo bluastro (Rubus caesius), e da un corteggio di specie erbacee della classe Galio-Urticetea, fra cui Calystegia sepium, Eupatorium cannabinum, Glechoma hederacea, Epilobium hirsutum e Urtica dioica. Tali formazioni costituiscono siepi o brevi filari che attraversano i prati o sono al contatto con i giuncheti più interni. Data la loro posizione e la struttura di tipo arbustivo, nell'ambito della vegetazione palustre costituiscono un elemento del paesaggio fondamentale per lo sviluppo dell'avifauna e l'entomofauna locale.
Lo studio della vegetazione acquatica del lago ha inoltre condotto all'identificazione di una serie di cinture di vegetazione, delle quali alcune molto frammentarie, che si susseguono dalla sponda verso le maggiori profondità secondo questo schema:
- vegetazione ubicata in corrispondenza dell'interfaccia terra/acqua, presente lungo tutto il perimetro lacustre interno alla Riserva. È caratterizzata da grandi elofite quali canna palustre (Phragmites australis), Typha angustifolia, Schoenoplectus lacustris che volta per volta ne tipizzano la fisionomia; il canneto vero e proprio è comunque l'aspetto più diffuso e più stabile. Questa fascia si colloca nel Phragmition communis dei Phragmitetea;
- lamineto caratterizzato dalle rizofite, per lo più flottanti, Potamogeton nodosus, Polygonum amphibium (la forma acquatica), Nymphaea alba (ormai praticamente scomparsa) e Myriophyllum spicatum, accompagnate da altre specie del genere Potamogeton e da frammenti di vegetazione dei Lemnetalia. Tali popolamenti, ascrivibili al Nymphaeion albae, occupano gli specchi d'acqua calmi e poco profondi, nelle chiarìe della cintura elofitica o in prossimità dell'area paludosa;
- ampia fascia di vegetazione caratterizzata da rizofite, per lo più sommerse, del Potamion eurosibiriucm, fra le quali Potamogeton lucens, P. perfoliatus, Ceratophyllum demersum ed Elodea canadensis, ubicata alle maggiori profondità.

Considerazioni sulla flora
 
Le specie ad oggi censite nella caldera del Lago di Vico sono più di 750 ed in più occasioni si è già sottolineato il grande interesse floristico oltreché vegetazionale dell'area ed in particolare dello specchio lacustre. Fra l'altro esso è in grado di ospitare un elevato numero di entità ritenute rare o molto rare nel e che risultano rare anche nelle acque del lago. Najas minor, Elodea canadensis, Ceratophyllum submersum, Potamogeton trichoides, Ranunculus baudotii non sono che alcune di esse.
Per un gruppo di specie la Riserva rappresenta una delle poche località laziali, se non addirittura l'unica, finora nota. È il caso di Salix fragilis, legata agli ambienti umidi, Verbascum chaixii, Bromus benekenii, Vicia pisiformis, rinvenute al margine dei boschi di cerro o delle faggete miste; Euphorbia dulcis e Corydalis pumila, presenti nei boschi più freschi e pianeggianti del Monte Fogliano e di Poggio Nibbio, Aphanes microcarpa una piccolissima terofita delle zone prative al confine meridionale della Riserva.
Queste e tutte le altre specie ritenute per vari motivi particolarmente interessanti sono dunque una testimonianza ancora vivente della ricchezza dell'area. Se si pensa alle profonde trasformazioni a cui e stato sottoposto l'intero territorio nel corso del tempo, tale ricchezza, che fu certamente maggiore nel passato, nel complesso è tuttora elevata. L'attuale rapporto uomo/natura sembra dunque ancora in grado di salvaguardare questi valori che qualificano la Riserva Regionale del Lago di Vico come uno dei siti più rilevanti della Provincia di Viterbo.
 
 
Testo di Anna Scoppola
Dipartimento di Agrobiologia e Agrochimica, sez. Botanica. Università della Tuscia, Viterbo
Da: OLMI M. e ZAPPAROLI M. (a cura di), 1992. L'ambiente nella Tuscia laziale - Aree protette e di interesse naturalistico della Provincia di Viterbo. Università della Tuscia, Union Printing Edizioni, Viterbo

Riserva Naturale "Lago di Vico"